mercoledì 3 aprile 2013

Dertycia:El tiburon diventò Mastro Lindo

                                        Dertycia:El tiburon diventò Mastro Lindo
Oscar Alberto Dertycia Álvarez (Córdoba3 marzo 1965
Fino ad oggi abbiamo parlato dei tanti stranieri che sono arrivati in Italia dalla legge Bosman,ovviamente e molto più facile avere delle patacche al giorno d'oggi coi i tanti ragazzi stranieri sottratti al loro paese,alcuni troppo acerbi per far vedere le loro reali caratteristiche,giustamente il calcio è diventato business e non si aspetta abbastanza un giovane per poterlo farlo compiere il salto di qualità, non esistono neppure quelle isole felici di una volta dove la prima cosa erano in primo piano gli uomini prima ancora dei calciatori di calcio.
Parleremo di un altro giocatore arrivato alla fine degli anni ottanta,dopo avervi parlato di Portaluppi, oggi parleremo di un giocatore della squadra gigliata,Dertycia, lui però a differenza del buon Renato non venne aspettato dopo un terribile infortunio,il ragazzo aveva tutte le qualità per poter sfondare nel nostro campionato ma conosciamolo meglio.
Per gli amanti dei soprannomi, si sappia che quello di Oscar Dertycia era ufficialmente "El Tiburon". Ma, guardando la sua fotografia, quello di "Mastro Lindo" (proposto dai tifosi del Cadice) ci sembra probabilmente il nickname più azzeccato, o quantomeno il più divertente. Dertycia e i suoi tifosi: un rapporto sempre molto stretto, dovunque e comunque. Tanto che anche a Firenze, dove il flop fu davvero clamoroso, quasi tutto lo ricordano più con sarcasmo che con rabbia. Oscar Alberto Dertycia nasce a Cordoba il 3 Marzo 1965, e si avvicina al calcio giocando nelle giovanili dell'Instituto, una delle squadre della sua città. L'esordio in prima squadra avviene nella stagione 1982/83: il diciassettenne Dertycia, lanciato coraggiosamente nel massimo campionato, realizza 7 gol in 18 partite. Nel 1985, dopo altre due stagioni ricche di reti e di ottime prestazioni, viene acquistato dall'Argentinos Juniors, squadra nella quale inizialmente non riesce a trovare moltissimo spazio. Dertycia, tuttavia, fa appena in tempo ad entrare nella storia del club, che proprio nell'85 si aggiudica per la prima e unica volta la Copa Libertadores, battendo l'America Cali nello spareggio disputato ad Asuncion, in Paraguay. L'attaccante, l'8 Dicembre dello stesso anno, partecipa anche alla trasferta di Tokyo in vista del match di Coppa Intercontinentale contro la Juventus, ma senza scendere in campo. La partita, com'è noto, termina con la vittoria dei bianconeri ai rigori. Nel corso della stagione successiva Dertycia riesce a imporsi molto più spesso come titolare, e nel 1987 arriva anche la prima convocazione in Nazionale da parte di mister Bilardo: in squadra con lui Pasculli, Caniggia e Maradona. Il 1988 è l'anno della definitiva esplosione: Dertycia, sempre con la maglia dell'Argentinos Juniors, vince il titolo di capocannoniere del campionato argentino, realizzando ben 20 gol (primato in comproprietà con Nestor Gorosito, del San Lorenzo). Sancisce anche un record: mette a segno 9 gol nelle prime tre giornate di campionato (quaterna al Rosario Central, quaterna all'Estudiantes e una rete all'Independiente). La sua fama comincia ormai a diffondersi anche fuori dal continente, e nell'estate del 1989 il suo talento viene notato da alcuni osservatori del Genoa e della Fiorentina. "In campo è una belva. Ha il naso da pugile, le guance scavate, i riccioli tempestosi. Le sue baruffe fanno cronaca, se non proprio testo" scrive la Gazzetta dello Sport. "Alto 1.83 per 84 chili, è un goleador brutale, quasi selvaggio..." sottolinea "El Grafico", prestigioso rotocalco sportivo argentino. Gol facile, fisico possente, tempra tutta sudamericana e una fluente chioma bionda: è Dertyicia, ma sembra la descrizione di Gabriel Omar Batistuta, il quale però sta ancora facendosi le ossa nel River Plate e a Firenze arriverà solo nel 1991. Nel frattempo, il Conte Pontello decide di regalare alla Fiorentina quello che tutti individuano come uno dei migliori bomber argentini sul mercato, rinunciando anche all'interista Ramon Diaz, particolarmente gradito al tecnico Giorgi. L'investimento costa 2 miliardi e 200 milioni di lire: il giocatore firma un contratto triennale da 300 milioni l'anno. In maglia viola, la "spalla" di Dertycia è un certo signor Roberto Baggio, ancora molto giovane ma già leader dei suoi. L'inadeguatezza dell'argentino si rende subito palese agli occhi dei tifosi. La Fiorentina riesce ad arrivare in finale di Coppa Uefa, ma come cinque anni prima a Tokyio è ancora una volta la Juventus a frapporsi tra Dertycia e la vittoria finale. Anche qui, l'argentino non viene utilizzato (causa infortunio, di cui parleremo in seguito) e i bianconeri si portano a casa il trofeo. In campionato la situazione è decisamente peggiore: Dertycia parte benino e il 19 Novembre, alla dodicesima giornata, sembra proprio che sia "nata una stella". Si gioca al Franchi contro l'Ascoli, e l'argentino riesce finalmente a mettere a segno una bella doppietta, ponendo la sua firma sul 5-1 finale. Ma circa due mesi dopo il destino si accanisce contro di lui: è il 24 Gennaio e i viola affrontano in Napoli in Coppa Italia, sul neutro di Perugia. Dopo nove minuti, Dertycia si scontra con Maradona, prende una botta al ginocchio e viene sostituito. Soltanto nell'allenamento del mattino dopo, il giocatore e lo staff medico si rendono conto che si tratta di una distorsione al ginocchio destro con lesione del legamento crociato anteriore. In poche parole: stagione finita. Per lui si parla addirittura di un possibile addio al calcio giocato: intanto viene colpito da una grave forma di alopecia nervosa, e nel giro di qualche mese della sua folta capigliatura non rimane più nulla. Depresso e pelato, Dertycia rescinde il contratto con la Fiorentina per permettere alla società di ingaggiare l'altra meteora Lacatus. "Ho accettato questa soluzione senza pensarci un attimo" ricorderà in seguito Dertycia, "non potevo lasciare nei guai la società che mi aveva acquistato: volevano Lacatus e io ero di troppo". In attesa di trovare una sistemazione, l'argentino si opera e torna in campo con la maglia viola, anche se solo per un'amichevole, il 1 Novembre 1990 contro la Sestese, accolto dagli applausi incoraggianti dei supporters toscani. Dertycia si allena, è pronto a ricominciare, anche se altrove: per gli ultrà del club gigliato più che un peso è ormai una mascotte. "Mi sono stati vicino - ricorda 'Oscarone' - e ancora oggi mi invitano alle feste, quando avevo il ginocchio bloccato erano sempre a casa mia. Per la partita con il Parma mi avevano chiesto di andare in curva, insieme a loro, a tifare viola. Ho risposto di no perché, se la partita si fosse messa male, come poi è successo, qualcuno avrebbe cominciato a intonare il coro per me, 'Dertycia, Dertycia' e i miei compagni, in campo, ne avrebbero sofferto. D'altronde è anche colpa mia. Dovevo segnare qualche rete in più. Per questo vorrei restare in Italia, per dimostrare il mio vero valore". Le ultime parole famose: passano due settimane e Dertycia lascia definitivamente il calcio italiano, con un bottino veramente magro, ovvero 19 partite giocate (6 in Uefa, 3 in Coppa Italia e 10 in campionato) e soltanto 5 reti segnate. Anche in maglia viola, però, Dertycia si rende protagonista di un momento storico per il proprio club: dai suoi piedi, infatti, nasce la prima vittoria della Fiorentina ai calci di rigore nella storia della società gigliata. Accade il 30 Agosto 1989 nel secondo turno di Coppa Italia, e precisamente nella partita contro il Como, neo-retrocesso in C1. Al 90' il risultato e di 1-1 e, dopo i supplementari, si va ai tiri dal dischetto: dopo cinque rigori tirati e altrettante cinque reti, il comasco Annoni sbaglia mentre Dertycia realizza, consentendo ai suoi di passare il turno. Magra soddisfazione, direte voi. Sì, ma pur sempre una delle poche. La stagione 1990/91 è quella del riscatto per Oscar Dertycia, che inizia la sua avventura nel calcio spagnolo con la maglia del Cadice. Pur non godendo della piena fiducia del suo allenatore, l'argentino si guadagna 21 partite da titolare e segna 6 gol: intanto diventa l'idolo dei tifosi, i quali prontamente lo ribattezzano "Mister Proper" (sarebbe il nostro "Mastro Lindo"... un po' cinico, non trovate?). L'anno dopo Dertycia è a Tenerife, dove resta fino al 1994: qui trova il connazionale Diego Latorre, attaccante anche lui, che aveva appena lasciato la Fiorentina tra i fischi dei tifosi viola. Il primo anno, agli ordini di mister Jorge Solari (lo zio del neo-acquisto dell'Inter) segna 7 reti in 31 partite; successivamente, con l'avvento in panchina di Jorge Valdano, trova inizialmente meno spazio, ma poi sospinto dall'entusiasmo dei tifosi (sempre al suo fianco) riesce a collezionare 31 presenze e 11 gol. Bella, e soprattutto importantissima, l'ultima rete: il (modesto) Tenerife affronta in casa in Real Madrid, al quale basta un pareggio per vincere il campionato. Ma grazie ad un gol di Dertycia gli isolani riesco clamorosamente a battere le "merengues", regalando inaspettatamente lo scudetto al Barcellona. Un'impresa che frutta a Valdano l'ottenimento della panchina del Real Madrid, un mese e mezzo dopo. Per Dertycia invece nessuna chiamata "dall'alto", ma solo l'incommensurabile affetto dei propri tifosi, che gli intitolano addirittura un gruppo ultrà, il quale tuttora reca il nome "Peña Oscar Dertycia". Nella stagione 1994/95 il giocatore milita nell'Albacete (22 presenze e 6 gol), dopodichè decide di tornare in patria, accasandosi prima al Belgrano di Cordoba e poi presso i concittadini del Talleres, nella Serie B argentina. Qui Dertycia vince il titolo di capocannoniere del torneo anche se manca di pochissimo, insieme ai suoi compagni, la promozione nella massima serie (la finale viene persa ai rigori). Ormai sul viale del tramonto, Dertycia decide di chiudere la sua carriera all'Instituto di Cordoba, la squadra che lo ha lanciato, con la quale trova un accordo economico irrisorio (il club milita in Serie B ed è in condizioni finanziare disastrose). Ma a sorpresa, quando ormai tutti pensano ad un suo definitivo addio al calcio, nel 2000 viene chiamato dai cileni del Temuco, e l'anno successivo a 37 anni suonati diventa capitano del Coopsol di Trujillo, piccola squadra peruviana. Nel 2003 torna a Cordoba per giocare gli ultimi spiccioli di carriera nel General Paz Juniors, la quinta squadra della città, militante nel campionato di Serie C1. Dopo qualche mese viene esonerato l'allenatore Victor Ramos, e il presidente del club gli propone di fare da player-manager. Al termine della stagione, Dertycia appende una volta per tutte le scarpette al chiodo e si dedica soltanto al ruolo di tecnico. Ruolo che tuttora ricopre, sempre al General Paz Juniors. Pelato ma contento
fonte:tuttomercatoweb

lunedì 1 aprile 2013

Javi moreno:Il topo che perse la strada

                                              Javi moreno:Il topo che perse la strada
Javi Moreno, all'anagrafe Javier Moreno Valera (Silla9 ottobre 1974)
Oggi parleremo uno dei pacchi più pesanti presi dal Milan dell'era Berlusconi, un ragazzo spagnolo che ancora oggi i tifosi rossoneri si chiedono chi lo abbia visionato, ma soprattutto chi lo abbia portato in quella maglia cosi gloriosa, che era del mitico Weah e di tanti altri che sono stati sotto la Madonnina e anche come abbiano fatto i dirigenti a pagarlo a peso d'oro un giocatore cosi,ma conosciamolo meglio.
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Questo fu il misterioso caso di Javi Moreno. Spagnolo di belle speranze, dal girovita piuttosto rotondetto, nacque calcisticamente nelle famosissime giovanili del Barcellona: famosissime ora, visto che a quei tempi non è che sfornassero dei fenomeni. Ed effettivamente Javi Moreno, o “El Raton”, come lo chiamavano i suoi tifosi per via della faccia da ratto delle fogne, non impressionò poi granché i dirigenti blaugrana, tanto da venire scaricato senza mai esordire nella squadra A, già nel lontano ‘96. CordobaYeclanoAlaves (ma solo di passaggio) e Numancia furono le squadre che questo attaccante brutto e panciuto frequentò prima di tornare, stavolta in pianta stabile, all’Alaves. Attaccante, ma solo sulla carta, il “Rattone” era un losco individuo dalle dubbie abitudini alimentari: non esattamente un bomber (qualcosa come 12 gol in 4 anni), già a 17 anni poteva esibire una panza che successivamente Ronaldo gli avrebbe copiato spudoratamente, senza nemmeno un grazie. Brutto come la fame (sensazione che evidentemente il Rattone non aveva mai provato) Javi Moreno era tozzo, tarchiato, lento, stempiato, dotato di occhi vitrei da sorcio, di un naso da strega e di un sorriso così sbilenco e forzato che avrebbe fatto scappare a gambe levate qualsiasi essere dotato di senno. Assolutamente indegno di calcare non solo i verdi prati dei campi di calcio, ma persino quelli del parco dietro casa sua, nel 98, in seguito ad un viaggio a Lourdes, venne inspiegabilmente miracolato: quell’anno, a Numancia, riuscì nell’impresa di segnare ben 18 gol in 39 gare ufficiali. Per non parlare dell’anno successivo, il 2001, quando con l’Alaves (squadra passata all’epoca col soprannome di “Corte dei Miracoli”) rischiò addirittura di vincere la Coppa UEFA in finale col Liverpool. Ma siccome al dio del calcio piace scherzare, ma solo fino ad un certo punto, non bastarono le 6 reti nelle 8 partite europee (di cui ben due in finale, nel giro di 3 minuti) per assicurare a questo sgorbio il suo primo trofeo.


Bastarono però, insieme al titolo di capocannoniere della Liga, per convincere Galliani che il Rattone potesse essere l’acquisto giusto per fare da vice al nuovo arrivato Inzaghi, cosa che oggi potrebbe suonare come una clamorosa bestemmia, ma che all’epoca fu presa seriamente in considerazione. Strappato all’Alaves per la mostruosa cifra di 32 miliardi, con un biennale netto da 5 miliardi a stagione per 3 anni, El Raton divenne rossonero. Persino il Barcellona, interessato a riportare lo sgorbietto a casa (ogni scarrafò è bello a mamma sò), di fronte a tali cifre preferì rispondere con una sonora pernacchia, e fece bene.


Sono molto felice di trovarmi a Milano e di poter giocare nel Milan. Ho scelto questi colori perchè questo è un grande club con grandi ambizioni. Ho preferito l'Italia ad altre soluzioni che mi avrebbero portato ad altri grandi club spagnoli: non ho resistito al fascino del vostro campionato”. Quando Moreno parlava di colori, si riferiva a quello delle lire italiane: Diciamo, infatti, che lo stipendio che gli garantiva il Milan era quasi il doppio di quello che erano disposti a sborsare i catalani, alla faccia del fascino del nostro campionato. L’ultima sua dichiarazione, come di consueto, finirà per rivelarsi un porta sfiga di caratura infernale: “Spero di poter giocare a fianco di Shevchenko e fare molti gol”. Nemmeno il tempo di dirlo, che il povero Pippo finirà in infermeria per tutta la stagione, sostituito da chi? Dal topastro di fogna ovviamente. Pellegatti non oserà mai chiamarlo così, preferendo il soprannome “Topo Gigio”, più sobrio ed elegante, ma questo non cambierà la sostanza: per i tifosi fu letteralmente un dramma vederlo arrancare sinuoso per il campo, col suo pelo nero e ispido, con i dentini di fuori, alla ricerca di un tozzo di formaggio da addentare. Terim, che strano a dirsi lo adorava, non a caso venne rispedito in Turchia a calci in culo, sostituito da Ancelotti, che fu costretto ad utilizzarlo a sprazzi a causa della morìa degli attaccanti rossoneri.


Alla fine furono 9 i gol segnati dal topastro in 27 partite ufficiali: 2 in campionato, 4 in Coppa Italia, 3 in Coppa UEFA. Numeri che potrebbero sembrare non troppo negativi per uno che veniva bollato come portatore sano della peste bubbonica, ma che per questo potrebbero ingannare. I 2 in campionato furono infatti segnati entrambi contro un Venezia totalmente allo sbando, che nonostante tutto era persino riuscito a giocare alla pari coi rossoneri, non meritando il 4-1 finale: in quella partita Javito, dopo la prima marcatura, litigò furiosamente con la curva rossonera, rea di non adorarlo al pari di Van Basten. Sembra ancora di vederlo lì, sul prato, mentre corre e sputacchia parolacce in spagnolo verso i suoi sostenitori, portandosi le mani dietro quelle orecchie enormi e pelose, mostrandole polemico verso un pubblico già abbastanza inorridito. Per poi scusarsi miseramente dopo aver segnato il 2 gol. Ma il pubblico di fede rossonera non era l’unico ad odiarlo: lo spogliatoio l’aveva escluso per via della sua imponderabile scarsezza, del suo ostinarsi a non voler imparare l’italiano e della sua ferrea convinzione di essere un fenomeno. Durante gli allenamento a Milanello, i compagni facevano a gara per azzopparlo, mentre il Topo corricchiava svogliato per i campetti con quella sua pancia ballonzolante ed irritante: ci andò vicino soprattutto Martin Laursen, che passò alla storia per una serie di interventi omicidi con cui bersagliò il poveraccio per un’intera settimana, nel tentativo di fargli saltare il derby della Madonnina. Le altre reti, soprattutto quelle europee, furono inutili ai fini del conseguimento del risultato. L’unica, degna di tale nome, fu la punizione che permise al Milan di sconfiggere per 2-1 la Lazio in Coppa Italia. Proprio in quel periodo Javito venne addirittura convocato dalla nazionale spagnola, con cui arriverà ad esordire pochi giorni dopo. Nonostante questa improvvisa grazia, la dirigenza milanista non ci pensò due volte, ed in estate lo rispedì a calcioni in Spagna.


La destinazione del topastro fu l’Atletico Madrid dell’allora presidente Jesus Gil, ex-politico nonché ex-carcerato di grande fama: in Spagna, i migliori complimenti che venivano spesi per questo grande uomo erano “razzista”, “corrotto”, “sessista”, “omofobo”, “assassino” e “nazista”. Non si sa quali affari legassero il Milan all’Atletico Madrid, ma sta di fatto che la squadra spagnola diventò una colonia di ex-rossoneri a tutti gli effetti: oltre a Moreno, gli spagnoli acquisteranno dal Milan anche AlbertiniJosé MariColoccini Contra. In particolare, suscitò grande curiosità nel mondo del calcio il prezzo che il Milan riuscì a scucire all’Atletico: ben 25 miliardi per un giocatore ampiamente bollito alla tenera età di 27 anni. Una cifra che riuscì bene o male ad indorare quel suppostone grigio-topo costato 32 miliardi solo 12 mesi prima. Inutile sottolineare che Javito non lasciò il segno nemmeno all’Atletico (29 gare in due anni, 5 gol), il quale ci mise poco a sbolognarlo in prestito al Bolton che, per la cronaca, non lo riscatterà nemmeno. L’ultimo club pseudo-prestigioso che provò a puntare su questo topo oramai attempato fu il Saragozza: fu in quell’anno che, durante un’intervista al quotidiano spagnolo AS, Moreno decise di spalare pupù a profusione sul Milan, accusandolo di essere una squadra di dopati. “La Serie A non è pulita come si pensa. Quando ero al Milan giravano strane pillole, ed ho visto con questi occhi più di un giocatore sottoposto a strane flebo negli spogliatoi durante l’intervallo”. Il topastro continuava così: “A Gennaio, contro l’Udinese, doveva giocare Roque Junior, che però si rifiutò di fare una flebo e venne mandato in tribuna, con la minaccia di essere ceduto ad un club minore”. Inutile dire che nessuno lo prese sul serio, anche se queste parole lo fecero diventare un’icona negli ambienti anti-milanisti per eccellenza: il sorcio divenne il paladino degli onesti, taciuto perché portatore di scomode verità, almeno stando a sentire gli interisti, o gli juventini, alle prese con lo scottante caso Davids.


Dopo il Saragozza fu un continuo peregrinare in formazioni semi-professionistiche: CordobaIbizaLucena, ed infine il sacrosanto ritiro dal mondo del calcio. Mondo in cui speriamo non metterà più piede, con le sue zampine pelose e malauguranti. 
fonte:DNAMILAN

sabato 30 marzo 2013

Portaluppi:Il Gullit bianco

                                                Portaluppi:Il Gullit bianco
Renato Portaluppi, noto in Brasile come Renato Gaúcho (Guaporé9 settembre 1962)
Adesso parliamo di un giocatore della squadra capitale d'Italia, l'anno che parliamo e del lontano 1988, quando in Italia non esisteva ancora la legge Bosman e al massimo potevano giocare in una squadra italiana 3 stranieri, quindi era molto difficile quei tempi poter sbagliare,in quanto si portavano solo giocatori possibilmente affidabili, con una buona esperienza in campo internazionale e soprattutto dei giocatori affermati nelle loro nazionali, si vedevano accuratamente i giocatori da portare in Italia.
Ahimè la Roma in quell'anno riusciì addirittura a prenderne 2 dal Brasile dei veri e propri flop, Portaluppi e Andrade, ma oggi conosciamo meglio Portaluppi poi nelle prossime rubriche dedicherò una pagina anche all'altro campione mancato.
 Si nasce incendiari, si muore pompieri e questa è la storia di Renato Portaluppi (così lo conosciamo in Italia) o Renato Gaucho (così lo chiamano in Brasile). Renato dodicesimo e penultimo figlio di una famiglia del Rio Grande do Sul, campione che vinse da solo la coppa Intercontinentale del 1983, a Tokio: Gremio-Amburgo 2-1, sua la doppietta vincente. Renato che amava le donne: "Ho avuto centinaia di ragazze - disse un giorno a Playboy -. Ho fatto l’amore al Maracanà e nella toilette dell’aereo che mi portava a Roma". E ancora: "I gay mi facevano la posta all’uscita dagli spogliatoi, cercavano di andare al sodo. Rispetto gli omosessuali, però non rientrano nei miei gusti"
Resterà nel Gremio dal 1982 al 86 con 65 presenze e 15 gol quini si trasferisce al Flamengo nel 1987/88 con 37 partite e 9 gol.
Renato arrivò alla Roma nell’estate del 1988. Capello lungo e bandana stile Rambo, sguardo latino e occhiale scuro. Fece amorosa strage di romane. I tifosi della Magica non persero l’occasione: lo soprannominarono "Pube de oro" per contrapporlo al Pibe de oro, Diego Maradona. Pube, pibe: sottili differenze.
Insomma, quando arrivò a Roma tutto sembrava tranne che un pacco o un bidone… Oddio, forse i primi dubbi potevano e dovevano arrivare subito ai dirigenti e ai tifosi giallorossi presenti ai primi allenamenti della squadra. Renato si presentava sempre allo stesso modo: capelli lunghi con un filino di gel, camicia hawaiana con vista sul crocifisso su petto villoso, bermuda rosso fuoco e il tutto condito da due tre litri di acqua di colonia o profumo. Voglia di lavorare e faticare sul campo? Zero! Meglio finire subito l’allenamento (quando ci andava) e divertirsi con la sempre proverbiale “dolce vita” romana, che sembrava fatta apposta per un brasiliano
In quell’indimenticabile (per lui) 1989 fu sempre circondato da belle ragazze e riuscì a farsi conoscere da tutti i locali notturni della capitale. Per riuscire in questa difficile impresa sfruttava tutte le ore della notte; del resto aveva un fisico eccezionale e rimaneva sobrio anche dopo il terzo gallone di birra… Già, perché la birra era l’altra grande passione del buon Renato Portaluppi! Secondo alcuni fornitori, da solo fece impennare le vendite e i ricavi di bibite alcoliche di tutta Roma; roba da guinness dei primati! Ovviamente abbiamo scherzato, ma del resto per lui il calcio era soltanto un gioco e non riusciva a prenderlo troppo sul serio. In Brasile questo modo di ragionare poteva anche andare bene, in Italia proprio no.
E pensare che la sua stagione romana era anche cominciata bene: le prime gare ufficiali, quelle del girone di Coppa Italia, videro Renato realizzare tre reti nelle prime cinque partite. L’inizio fu incoraggiante, ma il resto, Fisico da culturista, chioma fluente e temperamento assai caliente, Renato si getta a capofitto nella “dolce vita” romana. Tra l’altro, entra nel giro di Maradona e consuma le sue nottate brave tra femmine e droga. Bacco, tabacco e venere: il rendimento sul campo è conseguente, ovvero una pena. In campionato 23 presenze e nessun gol, 3 partite e 1 rete in Coppa Uefa, 6 partite e 3 reti in Coppa Italia. Non contento della propria fama di indomito playboy e nottambulo, si mette in mostra anche per il carattere assai collerico: fa a botte con Daniele Massaro, rilascia interviste polemiche contro il calcio italiano, a un giornale brasiliano confida che un giocatore come Giannini lì non giocherebbe neanche in terza divisione. Insomma, Renato in Italia non si diverte abbastanza (almeno giocando a calcio), non si sente capito, anzi ha la sensazione di subire un boicottaggio.
I tifosi per un po’ lo fischiano e si incazzano, poi passano agli sfottò. All’Olimpico appare uno striscione con la scritta: «A’ Renato, ridacce Cochi». La sua presenza diventa in poco tempo assai ingombrante, pertanto viene rispedito al mittente a fine stagione.
E pensare che aveva indotto in errore persino uno come Nils Liedhom che disse di lui: "è il nuovo Gullit, il Gullit bianco" e anche il presidente Viola che disse:«Renato e’ il primo rinforzo giallorosso di questa stagione, la pietra miliare per un nuovo gioco. Basta con il gioco atletico, soltanto agonistico. Il calcio e’ bello per la fantasia, la classe, e Renato ne e’ uno dei massimi rappresentanti. Con un torello come Rizzitelli vicino e un altro grosso acquisto, la Roma sara’ di nuovo grandissima»
Portaluppi rientrò in Brasile. Flamengo, Botafogo, Cruzeiro, Atletico Mineiro. E Fluminense, dove o Gaucho entrò nel mito per un decisivo e insolito gol. Finale del campionato di Rio del 1995, Flamengo-Fluminense. "Fla-Flu", superclassico carioca. Sui canali satellitari l’azione si rivede di frequente in documentari calcistici: ultimi minuti, tiro-cross da destra e deviazione vincente di Renato con il ventre. Un colpo da odalisca. Flamenghisti attoniti e disperati, fluminensi fuori controllo per la gioia. Le urla dei telecronisti, "Renatoooooo, goooool de barriga (che in portoghese vuol dire pancia, ndr)", e poi Portaluppi inginocchiato che si fa il segno della croce, prega e ringrazia il cielo. Il gol de barriga al Flamengo è diventata un’immagine sacra del calcio brasiliano, come la finta di Garrincha o la bycicleta (rovesciata) di Pelé.
Conta 41 presenze e 5 reti nella Nazionale brasiliana. Partecipò al campionato del mondo 1990.
Ora è allenatore dal 2000: fino al 5 maggio 2001 allenò il Madureira. In seguito fu l'allenatore del Fluminense a due riprese, dal 2 settembre 2002 all'11 luglio2003 e dal 1º ottobre al 28 dicembre 2003. Dal 18 luglio 2005 al 12 aprile 2007 ha guidato il Vasco da Gama.
Dal 24 aprile 2007 al 10 agosto 2008 allenò nuovamente il Fluminense, con cui vinse la Coppa del Brasile, primo titolo della sua carriera da allenatore, il 6 giugno 2007. Nell'edizione 2008 della Coppa Libertadores condusse la Fluminense in finale, dove la squadra fu battuta dalla LDU Quito. Nell'agosto seguente fu esonerato dopo una serie di risultati negativi, culminati nella sorprendente sconfitta contro l'Ipatinga.
Il 18 settembre 2008 è chiamato di nuovo alla guida del Vasco da Gama, ma la squadra retrocede in Série B.(7 dicembre 2008). Il 21 luglio 2009 è tornato per la seconda volta sulla panchina del Fluminense al posto di Carlos Alberto Parreira, esonerato dopo 5 sconfitte consecutive (30 agosto). Il 13 dicembre2009 ha allenato il Bahia per poi passare il 10 agosto al Gremio. Il 5 luglio 2011 è ufficialmente il nuovo tecnico dell'Atletico Paranaense

giovedì 28 marzo 2013

MENDIETA:Il Nedved sbagliato

                                            MENDIETA:Il Nedved sbagliato
Gaizka Mendieta Zabala (Bilbao27 marzo 1974)
Oggi parleremo uno dei flop dell'era Cragnotti, un ragazzo spagnolo arrivato in una delle Lazio più forti da quando è nato il calcio,una squadra in grado di dare spettacolo in Italia ed in Europa, capace di vincere un campionato qualche anno prima a discapito di Milan e Juventus,però i guai per la società di Cragnotti stavano pian piano venendo fuori e stavano iniziando a sbriciolarsi i sogni di gloria della squadra capitolina,per via di una politica di speculazioni di vendita di giocatori pagati a fior di soldi proprio come il giovane di cui andiamo a parlare ora, Gaizka Mendieta, uno stipendio fuori luogo(8 miliardi) per un giocatore che giocò appena 20 partite e quasi sempre sostituito, ma conosciamolo meglio.
Inizia la sua carriera nel Castellon, dove giocherà 16 gare senza segnare nel 1991/92, venendo notato dal Valencia che subito lo porta alla sua corte nel 1992,dove i dirigenti convinti di avere un ottimo giocatore per il futuro, infatti cosi sarà, il ragazzo resterà al Valencia fino al 2001 diventando capitano e vincendo coppa del re e supercoppa spagnola e arrivando a 2 finali di Champions League però perse con Real Madrid e Bayern Monaco, e venne giudicato migliore giocatore della massima competizione europa nel 2000/01.
Nel 2001, dopo essersi messo in mostra in Europa, viene acquistato per 43 milioni di euro dalla Lazio,"La Lazio sarà il mio Real". E' il biglietto da visita di Gaizka Mendieta, il giorno della presentazione a Formello con la maglio della Lazio. E' il luglio del 2001, i cugini hanno appena vinto lo scudetto e Cragnotti è nell'occhio del ciclone dopo le cessioni di Veron e Nedved. Ci vuole un gran colpo per placare gli animi e il gran colpo arriva: il fuoriclasse del Valencia costa al patron della Cirio la cifra record di 90 miliardi di lire. Da capogiro anche l'ingaggio: quinquennale da 8 miliardi a stagione. E' il periodo in cui il calcio non bada a spese. Anche fisicamente Mendieta ricorda Nedved, approdato  quell'anno in bianconero. Il caschetto biondo però si rivelerà l'unico punto di contatto tra i due. Calcisticamente li divide un abisso.
Il Presidente Sergio Cragnotti con il figlio Massimo e il Direttore Sportivo Governato offrirono al Valencia la bellezza di 93 miliardi di Lire (oltre 43 milioni di Euro) per accaparrarselo. I dirigenti della squadra spagnola, per i noti problemi finanziari del club, si convinsero di dover vendere il “pezzo pregiato”: l’offerta della Lazio era troppo allettante per rifiutarla. Però per cedere il centrocampista alla società di Cragnotti, nel contratto di trasferimento riuscirono ad inserire una clausola che impediva, negli anni a venire, di cedere Mendieta al Real Madrid. Se la Lazio non avesse tenuto fede a questa clausola avrebbe dovuto pagare una forte penale. Il contratto da lui firmato fu di durata quinquennale, con un ingaggio di 8 miliardi di Lire netti a stagione.
Il 19 Giugno 2001 è la data del suo arrivo nella Capitale: giunto all’aeroporto, il giocatore basco ha firmato autografi davanti a fotografi e giornalisti dai quali si è lasciato riprendere con la sciarpa biancoceleste. Dopo la firma del contratto e le visite mediche, Mendieta raggiunse i suoi nuovi compagni di squadra e il tecnico Dino Zoff nel ritiro di Riscone di Brunico. Purtroppo, però, il Mendieta che si vedrà in azione a Roma non sarà neanche lontano parente di quello ammirato nel Valencia. E’ stato addirittura al centro di una querelle tra i due club, a causa del mancato pagamento da parte della Lazio della cifra pattuita per il suo trasferimento in riva al Tevere. Ancora adesso i tifosi della Lazio non vogliono più sentirlo nominare. Inquietante il suo rendimento in biancoceleste: 20 presenze, nessun gol e quasi sempre sostituito per indecorose prestazioni. Buon per il Real che il Valencia fece inserire quella clausola, così il pessimo affare lo hanno fatto gli eterni rivali del Barcellona. Ma lo avessero fatto apposta? Nonostante sia stato a lungo nel giro della Nazionale (con la maglia delle “Furie Rosse” ha totalizzato 18 reti in 69 gare), neanche nella successiva esperienza in Inghilterra è riuscito a riprendersi dallo “scotto” capitolino, a conti fatti per lui fatale. 

lunedì 25 marzo 2013

Asanović: Il monumento di Napoli

Aljoša Asanović (Spalato14 dicembre 1965)
                                         Asanović: Il monumento di Napoli
Oggi parliamo di un ragazzo croato arrivato all'ombra del vesuvio nel momento sbagliato della società campana, l'anno orribile di cui parliamo è la stagione 1997/98 quando la squadra partenopea arrivò ultima con soli 14 punti all'attivo, una squadra allo sbando in una stagione davvero disgraziata con tanti allenatori ad avvicendarsi e tanti giocatori,molti dei quali davvero inguardabili, gente come Pedros,Prunier,Crasson,Stojak,Calderon,fecero della gloriosa società che fu di Diego Armando Maradona fino a pochi anni prima,dove dominò in Italia e in europa, una vera e propria barzelletta in quell'anno, giocatori che non sarebbero riusciti a giocare neppure in una modesta squadra di dilettanti, e poi arrivò lui,Asanovic nel mercato di novembre(si in quel periodo il mercato si apriva nel mese di novembre),è arrivò al Napoli nel momento peggiore, infatti il ragazzo era già avanti con l'età(32anni) ma era anche fuori forma e sicuramente non era il caso di puntare su questo giocatore, mettiamoci poi il nuovo campionato che vai ad affrontare, una lingua da imparare in fretta e il gioco è fatto.
Ma conosciamolo meglio,inizia nella sua Croazia,esattamente all Hajiduk Spalato nel 1984 e vi rimarrà fino al 1990 con 116 presenze e 28 reti, poi andrà a giocare per diversi anni in francia prima al Metz poi al Cannes e infine al Montpellier fino al 1994 per poi ritornare in patria ritornando a coprire i colori della squadra che lo lanciò l'Hajiduk nel 1994/95 con 33 presenze e 8 reti, quindi l'anno successivo torna ad uscire dalla Croazia, andando a giocare in Spagna con la maglia del Valladolid dove però per via di un infortunio giocherà poco solo 8 partite e un gol e nel 1996 venne ceduto in Inghilterra al Derby County dove fino al novembre del 1997 giocherà discretamente 39 partite condite da 7 reti, e poi venne acquistato dal Napoli.
Considerato come un centrocampista di qualità e quantità. Sponsorizzato a dovere da Stefano Eranio e Ciccio Baiano (suoi compagni di squadra nel Derby County), fu anche accolto alla grande da Giovanni galeone, tecnico dei partenopei in quello scorcio di stagione, suo grande estimatore da sempre
che disse:«Stiamo parlando d’un signor giocatore. Un gran colpo davvero. Non pensavo che lo si potesse seriamente portare a Napoli»e ancora:«Giovanni Galeone, E’ un fior di calciatore. Si vede gia’ quando tocca la palla che e’ capace di cose straordinarie. E poi ha i tempi naturali del gioco.
Insomma tutti si aspettavano grandi cose da questo giovanotto, per uscire da una brutto avvio di campionato,il giocatore giusto che dia la svolta.
 Un giocatore che poteva (e doveva) migliorare il tasso tecnico della squadra, ma che, a conti fatti, non riuscì nell’impresa, anzi: la situazione dei partenopei, infatti, peggiorò sensibilmente. Nelle 9 partite che seguirono il suo arrivo, il Napoli perse ben 7 incontri, ne pareggiò 2 e non riuscì mai a vincere una gara. Una squadra dimessa e allo sbando, impreziosita (si fa per dire) dall’inserimento ulteriore di un giocatore come Asanovic assolutamente privo di condizione atletica, che è riuscito ad entrare in forma solo a fine campionato, giusto in tempo per fare bella figura ai Mondiali del 1998 con la Nazionale croata. Giocherà quasi sempre, diventando così uno dei simboli di una delle stagioni più umilianti e amare della storia del club: il Napoli arriva ultimo in classifica con appena 14 punti realizzati, con un bilancio di 2 vittorie, 8 pareggi e 24 sconfitte, 25 gol realizzati e ben 76 subiti.E pensare che nella Croazia aveva una discreta reputazione: dal 1990 al 2000 ha raccolto 62 presenze con 4 reti (in precedenza, tra il 1987 e il 1988, giocò 3 gare nella Nazionale della Jugoslavia). Tra l’altro, fu lui a realizzare il primo storico gol dell’allora neonata Nazionale croata, il 17 Ottobre 1990, quando allo stadio “Maksimir” di Zagabria, la Nazionale a scacchi biancorossi s’impose in amichevole sugli Stati Uniti per 2-1.
Dopo mondiale e Napoli giocò ancora un paio di anni in Grecia al Panathinaigos, dove in 2 anni totalizzò 44 partite e 9 gol, ceduto in Austria al Austria Vienna nel 2000 non riuscìì a giocare neppure una partita e chiuse la sua carriera in Australia al Sidney United.


Hakan Şükür:Il triplete dei fallimenti

Hakan al Parma

Hakan al Torino

Hakan all'Inter
Hakan Şükür (Adapazarı1º settembre 1971)
Hakan Şükür:Il triplete dei fallimenti
Oggi parliamo di un ragazzo turco che ha avuto un piccolo record, cioè quella di fallire nel nostro campionato con la maglia di 3 squadre, di solito in Italia è molto difficile dare una seconda chance a un giocatore che che ha giocato male, ma addirittura 3 volte e quasi impossibile, ebbene il signor Sukur è stato data una chance per 3 volte nel nostro campionato e in tutte le occasioni non ha dimostrato il suo valore che aveva dimostrato di avere nella sua Turchia.
Ma conosciamo la carriera di questo giocatore, Cresce calcisticamente nel Sakaryaspor, squadra con cui nel 1987, a 16 anni, debutta in Süper Lig (la prima divisione turca).dal 1987 al 1990 con 39 presenze e 10 reti non male per un giovanissimo, nel 1990 passa al Bursaspor dove colleziona 54 presenze condite da 11 reti, fino al 92 quando è il Galatasaray lo porta alla sua corte vincendo subito campionato, coppa nazionale e supercoppa di lega.
Si ripete l'anno successivo vincendo il campionato ancora con la squadra giallo rossa fino al 1995, dove in 90 presenze ha segnato ben 54 reti e tutto ciò non lo passare inosservato ai migliori club europei, ma la spunta il Torino di Calleri che lo porta sotto la mole per 5 miliardi di lire.

Ed ecco il primo fallimento,il Torino reduce da una buona salvezza nel primo anno della gestione Calleri prova a fare il salto in avanti, puntando a qualcosa di più e, perché no, strizzare l'occhio all'Europa. Restano i pezzi da 90 Angloma, Abedi Pelé e Rizzitelli e la campagna acquisti a occhio sembra buona: in porta arriva Enzo Biato, miglior portiere dell'ultima Serie B a Cesena; terzino sinistro Mauro Milanese, rivelazione l'anno prima con la maglia della Cremonese, il promettente Davide Dionigi e la punta di peso Hakan Sukur, che al Galatasaray ha fatto sfracelli. Il campo dimostrerà ben presto quanto inadeguata sia stata la campagna acquisti. Nessuno ingrana, tanto meno il più atteso Sukur che già in precampionato è in preda a crisi di saudade dalla Turchia. Eppure in campionato non parte malissimo: alla prima in casa contro il Bari colpisce con un perentorio colpo di testa, il Toro vince 3-1 e si pensa a una malinconia passeggera, fino a che non arriverà l'ambientamento nel campionato italiano. E invece no, il giocatore fa di tutto per lasciare Torino. Una sua intervista è eloquente: "voglio tornare a casa" il titolo e il contenuto non lascia dubbi: il triste Hakan confessa che per vincere la malinconia si è sposato quasi in fretta e furia con la fidanzata, Il nostro eroe riesce perfino nell'impresa di avere malinconie culinarie in un paese come il nostro, esprimendo il desiderio di tornare a mangiare niente meno che la polpetta di Sakarya. Tornerà a mangiarne in quantità molto presto: 5 partite totali e Hakan Sukur chiude la sua carriera da perfetta meteora, ricomprato dal Galatasaray.  

Qui ritorna a fare sfracelli infatti dal 1995 al 2000 colleziona una serie interminabili di scudetti,ben 4 consecutive,con Fatih Terim in panchina, tre cppe nazionali, 2 supercoppe di lega e persino trionfò in europa con il Galatasaray dove ebbe la meglio sull'Arsenal, capocannoniere del suo paese per 3 anni di fila, quindi fatto una bella digestione di titoli e trofei ritenta di provare ancora una volta l'avventura Italiana e dimostrare a tutti che quello visto 5 anni prima non era il vero Hakan, mise da parte la malinconia ed era maturo abbastanza per far vedere a tutti il vero Sukur.

In fondo una seconda chance la si dà a tutti e a dargli fiducia è l'Inter orfana di Ronaldo. Sarà lui a dover rimpiazzare il fenomeno(pensate un po) nella sua degenza. L'inizio è terrificante: Inter fuori dalla Champions ai preliminari, riuscendo nell'impresa di non segnare all'Helsingborg. Sukur guida (si fa per dire) l'attacco andando in bianco. Prima di campionato: Reggina-Inter, Sukur titolare e ancora una volta abulico. La Reggina vince a sorpresa e Lippi invita il presidente a prendere a calci nel sedere i giocatori. Qualcosa il centravanti turco la fa: si sblocca a novembre contro la Roma; regala all'Inter una qualificazione ai quarti di finale, decidendo a 2' dalla fine la partita contro l'Hertha Berlino; segna un gol da favola nel derby. Alla fine lo score dice 6 reti in 34 partite totali, l'Inter chiude in quinta posizione e Moratti decide di fare a meno del turco, puntando per l'anno successivo sui giovani Ventola e Kallon. Non soddisfatto Sukur tenta l'avventura a Parma, parte bene e poi chiude nella mediocrità: 3 reti in 16 partite.

Sufficienti per fargli chiudere l'avventura italiana e provare in Inghilterra, al Blackburn. Onde evitare problemi di saudade, sceglie il Blackburn dove gioca l'amico e connazionale Tugay Kerimoğlu. Non basta per evitare una parentesi non certo brillante. Nel 2003 la scelta definitiva: il terzo ritorno al Galatasaray dove si mostra ancora una volta profeta in patria: 5 anni e gol a raffica, oltre ad altri due scudetti. E kili di polpette di Sakarya.
Invece è ottima anche la sua esperienza con la nazionale Turca dove ha segnato 51 gol in 112 presenze, si è classificato terzo con la sua nazionale ai mondiali di Corea del sud e Giappone segnando un gol proprio alla Corea in 10,8 secondi, dove ancora oggi è il gol più veloce della storia dei mondiali.
Dopo il ritiro calcistico, si è candidato per il Partito per la giustizia e lo sviluppo (in turco Adalet ve Kalkınma Partisi, abbreviato AKP), il partito islamico-conservatore turco.








domenica 24 marzo 2013

MA MING YU: Dalla Cina con furore

                                                     MA MING YU: Dalla Cina con furore
Ma Ming yu  (Chongqing4 febbraio 1972
Oggi parliamo del primo giocatore cinese che abbia indossato una maglia di calcio del nostro paese, si infatti lo ha solo indossata in quanto il ragazzo venuto dall'oriente non ha mai esordito nella nostra serie a.
Il primo cinese della storia non poteva che essere acquistato dall'ex vulcanico presidente Gaucci,allora presidente del Perugia calcio,fino ad allora aveva già aperto delle frontiere di giocatori asiatici con acquisti dal Giappone, dal Sud Korea e dalla Libia, e non poteva mancare ovviamente la Cina ed ecco che venne preso Ma.
Ma andiamo con ordine e partiamo dall inizio come venne portata avanti questa trattativa di cui si narrano tante leggende su questo giocatore ancora tutte oggi sconosciute.
Ma Ming-Yu, 27 anni secondo l’Ufficio Stampa dei grifoni, dai 30 ai 32 secondo fonti cinesi. Arrivò in prestito per una stagione (per 1 miliardo di Lire), con diritto di riscatto fissato a 4 miliardi, eventualmente da versare nelle casse dei cinesi nel Giugno 2001 – eventualità fortunatamente mai verificata – ed un ingaggio che si aggirava intorno al mezzo miliardo l’anno. Ha avuto esperienze anche con la Nazionale di calcio cinese come regista arretrato e ne è stato il capitano ai Mondiali 2002. Fu l’autore del primo tiro cinese della storia verso la porta della Selecao in un epico Brasile-Cina. «Il suo solo difetto è che gioca in Cina» – disse Bora Milutinovic, ex C.T. cinese e grande stimatore di Ma Ming Yu. I fatti lo smentiranno. Giunto all’aeroporto di Roma il 13 Agosto 2000, il neoacquisto biancorosso disse: «Sono orgoglioso di giocare in Italia; mi auguro che dopo il mio arrivo si aprano le porte ad altri cinesi. Voglio far meglio di Nakata». Già da questa frase dimostrò evidentemente di non essere buon profeta. Presentato da Gaucci il giorno seguente, chiunque fosse stato presente alla conferenza stampa si sarebbe messo a ridere (non avrebbe potuto non scoppiare in una fragorosa risata): sembrava un piccolo vecchietto cicciottello, tant’è che si mormorava che avesse effettivamente molti più anni di quanti ne dichiarasse. Addirittura confessò di essere sorpreso nell’apprendere che i Comunisti erano presenti anche in Italia. 
A chi gli chiese qual’era, a suo parere, il giocatore italiano più bravo, rispose, senza esitazione: «Alessandro Nesta. L’ho visto giocare in Olanda agli Europei, è davvero un fuoriclasse. Mi auguro di poterlo comunque battere quando ci giocherò contro». Ma quando mai? E ancora: Se Del Piero è stato soprannominato Pinturicchio, mi piacerebbe poter essere chiamato Michelangelo». Manie di grandezza. L’orgoglioso Gaucci rincarò la dose: «Si tratta di un giocatore che ha delle grandi qualità e sul quale puntiamo molto per la prossima stagione. Lo abbiamo seguito a lungo e riteniamo che, per le sue caratteristiche fisiche e tecniche, possa integrarsi al meglio nella nostra squadra ed inserirsi con profitto nel campionato italiano». Alessandro Gaucci, vicepresidente del Perugia, figlio di Luciano: «Scopriamo talenti e facciamo affari: Ma Ming Yu ripeterà l’exploit di Nakata». Secondo quella che egli stesso chiama “la legge dei grandi numeri applicata al calcio”: «I cinesi sono un miliardo e mezzo, ci sarà pure un fenomeno. Cerco di portarlo qui». Quel fenomeno avrebbe dovuto essere proprio Ma Ming Yu. Ma a Perugia questo fenomeno lo stanno ancora aspettando. Dopo le presentazioni di rito ci sarà la solita e prevedibile folta schiera di giornalisti cinesi e di curiosi di ogni specie ansiosi di assistere agli allenamenti della nuova presunta stella perugina. Ma già dopo pochi giorni sembra che non abbia stimoli: per questo forse non studia neppure l’Italiano, vive chiuso in casa con la moglie, telefona spesso alla figlia di 3 anni rimasta in Cina e non cerca amicizie. «Perché l’italiano – dice Ma – è troppo diverso dal cinese. Lo studio, lo capisco poco. Fuori dal campo non saprei con chi parlare. Quando mi alleno, invece, Cosmi si fa intendere a gesti. E io so benissimo dove posso essere utile». Si, in panchina o, meglio ancora, in tribuna. Merito dell’esperienza, dei suoi 30 anni.Che in Cina arrotondano per difetto (28, con tanto di data di nascita alternativa individuata nel 10 Agosto 1972) o più facilmente per eccesso (32). «Fa la doccia, si veste e sparisce in 3 minuti», spiegano i compagni, che lo chiamano “Nonno”, per via di una faccia che dimostra ben più dei 30 anni anagrafici. «Mi piace stare in famiglia: mangiamo al ristorante cinese sotto casa, vediamo DVD coi sottotitoli, ascoltiamo vecchia musica cinese». La sua famiglia è la moglie Yue Tian. Il cinese pare isolarsi dal resto della squadra, cosa che di certo non lo aiuta ad integrarsi nel calcio italiano: a conti fatti, la maglia del Perugia (con il 9 sulle spalle) è stata da lui indossata solo due volte. In amichevole, in Agosto. E poi non esordì mai in Serie A, per lui solo una manciata di minuti in un Perugia-Salernitana 2-1, Primo Turno di Coppa Italia. A Gennaio iniziò a lamentarsi del suo scarso impiego ma fece comunque autocritica: «In Cina non ci torno. Se finora non ho giocato è solo colpa mia: non sono ancora abbastanza bravo». E dava l’impressione di peggiorare ulteriormente, visto che viveva intere giornata da pensionato. «Eppure – giurò Cosmi, che lo allenava – non è un ectoplasma. Ha qualità, visione di gioco. Gli manca poco perché smetta di mandarlo in tribuna». Un sottilissimo filo di ironia – quasi impercettibile – lega la verità dalla presa per il culo. Ma il diretto interessato ribatte: «Cosmi? Non mi dice mai niente». Forse, per non offenderlo. Il giapponese Nakata e anche il coreano Ahn, i piatti forti della connection orientale voluta dalla famiglia Gaucci, avevano mobilitato nel tempo intere truppe di televisioni e battaglioni di taccuini. Il sito Internet della società perugina era disponibile anche nella loro lingua. Per Ma, invece, niente Internet, e pochissime telecamere. Ormai, i fenomeni da baraccone non fanno più notizia.